“Pazzia”, un viaggio introspettivo per «salvarsi l’anima»

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Ha Jin racconta le contraddizione della Cina nel periodo di Tian’anmen

Un professore colpito da ictus e un suo studente che lo assiste in ospedale. Due personaggi uniti dalla comune passione per la letteratura. Sullo sfondo, due tragedie che hanno segnato la storia della Cina della seconda metà del Novecento: la Rivoluzione culturale e i fatti di piazza Tian’anmen. Due binari lungo i quali si dipanano le loro storie: la pazzia, vera o presunta del primo, che innesca e amplifica lo smarrimento del secondo. Sono gli elementi su cui si snoda Pazzia (Neri Pozza, 2002), romanzo di Ha Jin, scrittore cinese residente negli Stati Uniti da circa trent’anni.

La pazzia che dà il titolo al romanzo è quella che sembra essersi impossessata del professor Yang in seguito all’ictus che lo ha colpito costringendolo in un letto d’ospedale, dove alterna momenti di lucidità ad altri di delirio. Proprio questo duplice atteggiamento instilla in Jian, suo studente incaricato di assisterlo, sentimenti contrastanti, diviso tra la rabbia per i suoi deliri e i dubbi sulla sua reale condizione mentale. È veramente impazzito o finge di esserlo per poter dare libero sfogo ai suoi pensieri più reconditi? Canta le canzoni della propaganda maoista e declama slogan della Rivoluzione culturale, recita poesie e cita opere letterarie, parla di donne e di intellettuali, preoccupato della salvezza della sua anima.

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Jian lo ascolta ed è talmente colpito dalla forza delle sue parole che finisce per mettere in discussione tutto il suo futuro, rinunciando agli studi, all’amore e alla vita che pensava avrebbe vissuto. Le riflessioni del suo professore sulla condizione degli intellettuali in Cina fanno crollare le sue certezze. «Chi può dirsi un intellettuale in Cina? È ridicolo, chiunque abbia un’istruzione universitaria è definito intellettuale. La verità è che quelli che lavorano in campo umanistico sono impiegati e quelli che lavorano in campo scientifico sono tecnici», sostiene con convinzione il professor Yang in uno dei suoi momenti di lucidità. E ancora: «Chi sarebbe un intellettuale davvero indipendente, con idee proprie e facoltà di dire il vero? Nessuno che io conosca. Non siamo altro che stupidi manovali, tutti quanti, controllati dallo stato: una specie retrograda».

È una dura invettiva che porta il giovane Jian a ripensare la sua vita. Si rivede nel suo professore e vede in lui quello che non vuole diventare. Cerca di cambiare rotta, ma la sua vita sembra perdere pezzi. E il punto di rottura definitivo arriva quando sale su un treno che, con altri studenti, lo porta a Pechino, nel cuore delle proteste in corso a Piazza Tian’anmen, di cui gli giungevano notizie frammentarie da settimane. Si trova a dover fare i conti con la violenza e con la morte e tenta di tornare sui suoi passi. Ma è ormai troppo tardi. Non gli resta che la fuga.

Continua così fino all’ultima pagina il parallelismo con il professor Yang. Per entrambi la Cina è stata fonte di sofferenza e di ingiustizia, entrambi sono protagonisti di due pagine buie della storia cinese. Il passato della Rivoluzione culturale torna spesso nei deliri del professore e il presente della repressione delle proteste studentesche in piazza Tian’anmen segna il futuro del giovane Jian.

Proprio come ha segnato la vita di Ha Jin, che dopo essere cresciuto negli anni della Rivoluzione culturale, periodo in cui fece parte dell’Esercito popolare di Liberazione, decise di restare a vivere definitivamente negli Stati Uniti, dove si trovava per ragioni di studio, in seguito ai fatti di Piazza Tian’anmen. Non solo abbandona il suo Paese per sempre, ma anche la sua lingua, decidendo di scrivere solo in lingua inglese.

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