«L’obiettivo? Scardinare narrazioni semplificate e stereotipate»


L’INTERVISTA/ Ilaria Peretti, editor e curatrice della collana Asia di add editore, racconta gli obiettivi e le sfide del progetto editoriale, svelando anche qualche anticipazione
Ha iniziato a lavorare alla collana Asia di add editore nel 2022. E da quel momento Ilaria Peretti si è dedicata con passione al progetto che ha tra i suoi obiettivi quello di portare sul mercato editoriale italiano libri in grado di rappresentare il vero volto del continente asiatico e dei Paesi che ne fanno parte, colmando lacune e smontando stereotipi radicati.
Ripercorrendo la nascita e l’evoluzione della collana Asia, spiega a Scaffale Cinese i criteri che orientano le scelte editoriali, le modalità con cui vengono selezionati i titoli e il legame che si instaura con ognuno di essi. Consapevole che «c’è un’enorme produzione letteraria cinese di altissima qualità che deve ancora essere tradotta in italiano», Ilaria Peretti continua ad impegnarsi per «intercettare testi capaci di offrirne anche solo un piccolo assaggio».
Quando è nata la collana Asia, con quale intento e come si è evoluta nel corso degli anni?
«La collana Asia nasce nel 2015 con l’obiettivo di inserirsi in un contesto editoriale che, fatta eccezione per pochi casi, aveva fino ad allora riservato scarsa attenzione a questa parte del mondo. Fin da subito, il progetto ha voluto portare in Italia libri capaci di mettere in discussione immaginari consolidati e di offrire uno sguardo più complesso e articolato sull’Asia contemporanea. Nonostante oggi il peso dell’Asia sulla scena globale sia sempre più evidente, la sua rappresentazione continua spesso a essere appiattita da immagini semplificate, esotizzanti o stereotipate. E
questo ci spinge ancora oggi a selezionare titoli che aiutino a scardinare queste narrazioni, con testi come Asia ribelle, saggio storico sui movimenti anticoloniali e antimperialisti in cui l’autore Tim Harper ribalta la prospettiva storica convenzionale sulla decolonizzazione; o Invito a un banchetto di Fuchsia Dunlop, che restituisce una visione della cucina cinese che va ben oltre il riso alla cantonese o le raviolerie che oggi impazzano ovunque, rivelandone la storia e le radici; o ancora Tradire il Grande Fratello di Leta Hong Fincher, che racconta dei movimenti femminismi e di resistenza in una Cina autoritaria e rigidamente sorvegliata».
Il catalogo di add editore è composto da titoli eterogenei, con romanzi, racconti, saggi e fumetti che spaziano in una molteplicità di argomenti. In base a quali criteri decidete di inserire un titolo in catalogo?
«La selezione dei titoli non si basa su un percorso prestabilito né lineare: ogni libro arriva nella collana seguendo percorsi del tutto differenti. Dallo scouting in loco, alle relazioni costruite nel tempo con persone di riferimento, oppure da ricerche mirate all’interno di ambiti che sentiamo affini. Fin dall’inizio abbiamo creduto che aprirci a generi e formati diversi rendesse possibile restituire, almeno in parte, la pluralità delle esperienze, delle specificità e delle traiettorie storiche dei contesti di cui ci occupiamo. Cerchiamo soprattutto voci solide e significative del panorama contemporaneo, spesso lontane dal mainstream, ma anche opere del passato che hanno segnato la storia letteraria dei Paesi d’origine e che continuano a dialogare con il presente.
Personalmente, c’è sempre qualcosa che scatta dentro di me quando termino una lettura e capisco che quel libro deve entrare nella collana. In realtà non è sempre così romantico, ci sono molte valutazioni economiche e di mercato da fare, ma resta comunque il fatto che pubblicare pochi titoli all’anno ci consente di coltivare un rapporto profondo e ravvicinato con ogni libro e di accompagnarlo con grande cura in tutte le fasi del suo percorso editoriale».
C’è un titolo, un autore o un’autrice tra quelli pubblicati nella collana Asia a cui tieni particolarmente? Per quale ragione?
«D’istinto, direi Membrana di Chi Ta-wei. È stato il primo libro a cui mi sono dedicata quando ho iniziato a lavorare alla collana nel 2022, e che mi ha subito catapultata nel ricchissimo filone di letteratura queer taiwanese, di cui conoscevo molto poco. Il libro mi ha portata nel contesto politico e culturale di una Taiwan in cui iniziavano a essere messi in discussione non solo il binarismo di genere e l’eteronormatività, ma anche narrazioni legate al mito del progresso, all’idea di corpo sano e alla costruzione di un’identità nazionale compatta. Membrana, scritto nel 1995, incarna tutto questo con una forza sorprendente, ed è ancora oggi molto attuale. Al di là di questo, con Chi Ta-wei ho avuto modo di instaurare un rapporto di amicizia molto profondo e questo è sicuramente uno degli aspetti più preziosi di questo lavoro».
Tra le novità più recenti della collana Asia c’è stato il lancio dei primi titoli horror. Cosa vi ha spinto in questa direzione? Qual è il valore aggiunto che questo genere porta alla collana?
«Come prima cosa direi la voglia di confrontarci con qualcosa di nuovo, che porti ad altre riflessioni, apra ad altri scenari. Abbiamo poi notato un’enorme attenzione al genere negli ultimi anni, tanto nel mondo editoriale, quanto, e forse maggiormente, nel cinema. Questo genere ha la grande capacità di farci entrare in contatto con le nostre paure più profonde, che siano individuali o collettive; ci mette di fronte all’ignoto, a ciò che ci inquieta ma anche a ciò che è perturbante senza che ce ne rendiamo del tutto conto.
L’horror a cui siamo interessate ha un linguaggio capace di condensare le inquietudini del presente, le ansie sociali, le contraddizioni di un progresso accelerato, le tensioni legate alle disuguaglianze di genere o di classe. Accanto alla fantascienza, che ormai riconosciamo come uno strumento privilegiato per leggere il presente, l’horror ci costringe a confrontarci con ciò che resta ai margini, con le zone d’ombra che abitano la nostra mente, le nostre società. Non è un caso che i primi titoli scelti ruotino attorno a paure molto concrete: il timore del contagio in Il mare infetto di Kim Bo-young; i risvolti oscuri di norme sociali conservatrici, patriarcali e repressive in Gli schiavi di Satana di Eka Kurniawan, Intan Paramaditha e Ugoran Prasad; oppure le ansie generate dal progresso più sfrenato in Sinofagia, antologia curata da Xueting C. Ni».
Puoi darci qualche anticipazione sulle pubblicazioni del nuovo anno? Cosa devono spettarsi gli appassionati di Cina?
«Gli appassionati di letteratura sinofona troveranno in arrivo un libro centrale per la storia della narrativa queer taiwanese: I taccuini del coccodrillo di Qiu Miaojin. Ambientato nella Taipei degli anni Novanta, il romanzo è un racconto semiautobiografico dell’autrice, morta nel 1995 a soli 26 anni, la cui scrittura ha lasciato un segno molto profondo e continua ancora oggi a parlare a nuove generazioni di lettrici e lettori, rendendola una figura di riferimento imprescindibile.
Guardando invece alla Cina, la giornalista e scrittrice Eleonora Zocca arriverà con un saggio dedicato ai movimenti femministi più recenti in Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Cina, soffermandosi sulle lotte per i diritti riproduttivi e sulle forme di attivismo contemporaneo. È un testo molto importante che porta avanti il lavoro che abbiamo iniziato con la pubblicazione di Tradire il Grande Fratello di Leta Hong Fincher, che racconta gli sviluppi del #MeToo in Cina».
Un’ultima domanda: c’è un libro di letteratura cinese o saggistica che è stato pubblicato in Italia e di cui avresti voluto occuparti tu?
«Capita spesso che libri a cui sono interessata arrivino prima nelle mani di altri editori, ma non è qualcosa che vivo con frustrazione. Al contrario, è il segno che c’è fermento, che l’attenzione cresce e che il pubblico si sta allargando. Negli ultimi anni l’editoria italiana ha iniziato a guardare molto di più alla letteratura cinese, sicuramente grazie anche al grande successo di Il problema dei tre corpi di Liu Cixin, tra gli altri, che ha acceso la curiosità di editori e lettori. Per me questo non può che essere positivo.
C’è un’enorme produzione letteraria cinese di altissima qualità che deve ancora essere tradotta in italiano e quello che spero sempre è di intercettare testi capaci di offrirne anche solo un piccolo assaggio. Come mi ha detto di recente la scrittrice e giornalista Fuchsia Dunlop, che ha vissuto in Cina per quasi trent’anni e continua a tornarci spesso, non basterebbe una vita intera per conoscere anche solo una piccola parte di questo Paese. In Italia siamo partiti tardi, ma è decisamente il momento di recuperare».
