Lo sconvolgente esordio letterario di Shan Sa, che valse alla scrittrice cinese naturalizzata francese il Premio Goncourt per l’opera prima

«Dopo Tian’anmen, la mia generazione è come abbandonata. Non abbiamo più riferimenti. E non sappiamo più quale sia lo scopo della vita».

la porta della pace celeste_coverCosì parlava Shan Sa ai tempi in cui fu pubblicato La porta della pace celeste, scritto in francese, uscito in Francia nel 1997 e arrivato in Italia due anni dopo, grazie alla casa editrice Neri Pozza.

La porta della pace celeste è l’esordio letterario di Shan Sa, premiato con il Premio Goncourt per l’opera prima.

Il libro si apre nella notte del massacro di piazza Tian’anmen, durante lo sgombero degli studenti, tra chi fugge e chi muore. Protagonista è Ayamei, leader del movimento studentesco, che da settimane tenta di far sentire la propria voce, manifestando e iniziando uno sciopero della fame, suggerito proprio da lei, che ora si trova a dover fare i conti con i sensi di colpa nei confronti di coloro che stanno pagando con la vita. Quella notte segna per lei l’inizio della fuga, una fuga che la porterà lontano da Pechino verso una nuova vita e una nuova libertà.

Sulle sue tracce il tenente Zhao, che viene inviato nella capitale per sedare la rivolta e poi incaricato di stanare Ayamei.

La storia si sviluppa, quindi, su due binari paralleli, che sembrano destinati a incontrarsi nel momento in cui il tenente Zhao riuscirà a ritrovare Ayamei. Ma sarà un’incontro diverso rispetto a quello che le premesse fanno presagire.

Attorno ai due protagonisti ruotano una serie di personaggi, attraverso cui Shan Sa dà voce alle diverse posizioni e opinioni che circolavano tra i cinesi che non presero parte alle manifestazioni. C’è chi ammira il coraggio di Ayamei e degli studenti, chi condanna fermamente la risposta violenta data dalle autorità e chi prende le distanze dai manifestanti per paura delle conseguenze che avrebbe potuto dover affrontare.

Ed è proprio la paura il sentimento che si respira tra le pagine iniziali di questo libro.  Una paura che si intreccia alla voglia di giustizia e libertà. Ma più si procede con la lettura e più questi sentimenti sembrano dissolversi tra le righe per lasciare spazio a una dimensione diversa, lontanissima dalla drammaticità delle scene iniziali da cui la vicenda prende le mosse.

Nonostante, infatti, sia un libro piuttosto breve, c’è una netta distinzione tra la parte iniziale e la parte finale della storia. Uno stacco che in un certo senso mi ha spiazzato. Con il procedere della lettura, la tensione che Shan Sa crea nella prime pagine crolla. E con essa la connessione con chi legge, la forza della storia e della sua scrittura.

È la stessa sensazione che ho provato leggendo un altro libro di questa autrice, La giocatrice di go. Anche in quel caso, ho particolarmente apprezzato la storia per il contesto storico in cui si svolge, ma mi ha lasciato perplessa la trama, soprattutto nella parte finale.

Ho letto comunque nel percorso di Ayamei, il riflesso delle scelte di vita di Shan Sa. Come per la sua protagonista, anche per lei, quanto successo in piazza Tian’anmen nel 1989 ha segnato profondamente la sua vita. Se Ayamei fugge da Pechino e si rifugia in un angolo della Cina dove le voci di piazza Tian’anmen e le rivendicazioni degli studenti non sono altro che un’eco lontanissima, Shan Sa si lascia alle spalle la sua patria e si rifugia a Parigi.

Ricordando quei giorni drammatici, Shan Sa raccontava:

«Il giorno dopo il massacro di Tian’anmen per la prima volta ho avuto il sentore della vita e della morte. E allora ho capito che la libertà non è nient’altro che la possibilità di vivere».

E lei questa possibilità l’ha trovata lontana dalla Cina, in Francia, il Paese che nel 1990 l’ha accolta, dandole l’opportunità di un nuovo inizio.

 

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La porta della pace celeste
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