“Il re dei bambini”, l’istruzione ai tempi della Rivoluzione culturale

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Acheng racconta attraverso il personaggio dello Stecco il suo «atteggiamento di non cooperazione verso quell’epoca»

È ambientato nella Cina del 1976 Il re dei bambini, racconto lungo di Acheng, contenuto nel volume La trilogia dei re, di recente tornato in libreria nella nuova edizione di Theoria (2018), che ripropone la traduzione di Maria Rita Masci dei tre racconti lunghi dello scrittore cinese, composti durante la Rivoluzione culturale (1966-1976) e pubblicati circa un decennio più tardi, quando Acheng tirò fuori dal cassetto prima Il re degli alberi e poi Il re dei bambini e Il re degli scacchi.

Ispirati dall’esperienza che lo scrittore ha vissuto in prima persona nel corso della Rivoluzione culturale, quando a 17 anni è stato inviato in campagna con migliaia di altri studenti per essere rieducato dai contadini attraverso il lavoro manuale, i tre racconti si concentrano su diversi aspetti di questa campagna di rieducazione, mettendone in luce limiti e controsensi.

Protagonista de Il re dei bambini è lo Stecco, che dopo sette anni passati nella brigata di produzione, durante i quali aveva imparato «ad abbatter gli alberi, bruciare le stoppie, scavare le buche, selezionare le pianticelle, zappare il terreno, rivoltare le zolle, seminare il grano, nutrire i maiali, tagliare l’erba, fare mattoni cotti al sole», viene scelto per insegnare in una scuola, generando non poca invidia tra i suoi compagni di brigata. Entusiasta per il nuovo incarico, per il quale si sente inadeguato, dovrà fare i conti con una realtà profondamente diversa da quella che si aspettava. Si trova di fronte una scuola fatiscente, dove non ci sono i libri su cui studiare e reperire un vocabolario è una vera e propria impresa. I suoi studenti non conoscono quanti caratteri dovrebbero, non sono in grado di comprendere un semplice testo. Vuole dar loro di più, non limitandosi a far copiare il libro di testo meccanicamente. Decide di non seguire i programmi imposti e spronarli a pensare, a scrivere temi in cui raccontano ciò che vivono. Una scelta che pagherà personalmente e che lo porterà a essere allontanato dalla scuola.

Il racconto è una critica al sistema dell’istruzione distrutto dalla Rivoluzione culturale, che ha costretto i giovani istruiti a lasciare gli studi per andare a lavorare in campagna e ha svuotato le scuole della loro funzione educativa, limitandosi a diffondere la dottrina del partito e i dettami maoisti. Un ruolo marginale, quindi, quello della scuola e dell’istruzione che si riflette nella posizione degli insegnanti, che in quel periodo non sono tenuti in grande considerazione. Come spiega Acheng stesso nell’introduzione, «i cinesi chiamano spesso re dei bambini i maestri delle scuole elementari, il termine indica la persona che sorveglia i bambini ed è spregiativo. Si dice infatti: “Se in casa c’è grano sufficiente alla sussistenza, non si va a fare il re dei bambini, si va a insegnare a leggere ai bambini solo se non c’è altra soluzione».

Dei tre racconti della trilogia, Il re dei bambini è quello che Acheng dice di preferire, perché «esprime il mio atteggiamento di non cooperazione verso quell’epoca: se vuoi che io faccia una cosa, io la farò secondo la mia coscienza. Se non vuoi che la faccia, me ne andrò, senza bisogno di spiegazioni». Ed è proprio quello che fa lo Stecco alla fine del racconto.

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Il re dei bambini
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