“Il re degli alberi”, l’illusione rivoluzionaria di trasformare la Cina

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Acheng racconta l’esperienza di un gruppo di giovani istruiti inviati in campagna per essere rieducati dai contadini poveri negli anni della Rivoluzione culturale

In questi giorni sto rileggendo La trilogia dei re di Acheng, nella nuova edizione di Theoria (2018), che ripropone la traduzione di Maria Rita Masci dei tre racconti lunghi dello scrittore cinese.

Primo dei tre re è Il re degli alberi, che nonostante in Cina sia stato pubblicato dopo Il re degli scacchi e Il re dei bambini, come spiegato dall’autore stesso, fu il primo ad essere stato scritto.

La storia è ambientata nella Cina della Rivoluzione culturale, quando i giovani studenti venivano inviati nelle campagne per essere rieducati dai contadini poveri. Ed è proprio quello che succede al gruppo di giovani istruiti protagonisti del testo di Acheng, incaricati di realizzare un piano di disboscamento volto ad abbattere gli alberi inutili e a sostituirli con quelli utili. Tre i personaggi attorno a cui ruota la storia: Li Li, giovane rivoluzionario e fervente sostenitore del presidente Mao Zedong e delle sue direttive, il re degli alberi Lao Xiao, detto il Grumo, personificazione della natura contro cui l’azione dei giovani istruiti si abbatte in maniera indiscriminata, e l’io narrante, in bilico tra questi due mondi, tra nuovi e vecchi valori, tra presente e passato.

I giovani studenti, Li Li in testa, portano avanti il loro compito con convinzione, abbattono alberi senza chiedersi il senso di ciò che stanno facendo e l’impatto delle loro azioni, non si fermano davanti a nulla, decisi a realizzare le direttive ricevute. Non tentennano nemmeno davanti a un albero maestoso che domina la montagna e che fin da subito ribattezzano il re degli alberi, ignari che in realtà quell’epiteto si riferisca a una persona e non a una specifica pianta.

«Grandioso. Trasformare la Cina. Grandioso», scandisce Li Li, che non pensa ad altro che a tagliare alberi, considerandolo un modo per eliminare «una certa visione delle cose», «le cose vecchie», «le superstizioni», così che «la gente possa sviluppare un modo di pensare nuovo, purificato».

Ma il racconto di Acheng mette in luce ciò che Li Li e quelli come lui non vogliono vedere. Il massacro arbitrario perpetrato nei confronti della natura non porta nessun rinnovamento, distrugge senza costruire, illudendo coloro che se ne fanno carico di aver intrapreso la via che porterà alla trasformazione della Cina. Ma il loro entusiasmo e la loro cecità si scontreranno con la reale forza della natura.

Acheng, che la Rivoluzione culturale l’ha vissuta sulla propria pelle, tratteggia con un linguaggio semplice e uno stile lineare un quadro drammatico di un decennio (1966-1976) che ha segnato profondamente la Cina. Come lui stesso precisa nella nota che precede il testo, non scrisse questi racconti con l’intento di pubblicarli, proprio perché nel periodo della Rivoluzione culturale non era possibile farlo. Per circa dieci anni, quindi, restarono in un cassetto, scritti più per se stesso che per un pubblico di lettori. E probabilmente proprio in questo sta la forza di questo testo che rappresenta ancora oggi una testimonianza di quello che accadeva e del clima che si respirava in Cina all’inizio degli anni Settanta.

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Il re degli alberi
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