Gulgahar Haitiwaji ripercorre i tre anni di detenzione e rieducazione a cui è stata sottoposta dopo essere stata accusata ingiustamente di terrorismo

La vicenda di Gulgahar Haitiwaji è agghiacciante, la sua testimonianza preziosa per tentare di capire cosa significhi essere di etnia uigura nella Cina di oggi. Sia per chi vive nel Paese, sia per chi lo ha lasciato e vive all’estero.

Sopravvissuta a un gulag cinese. La prima testimonianza di una donna uigura di Gulbahar Haitiwaji (add editore, 2021), scritta insieme alla giornalista Rozenn Morgat, alza il velo su pratiche messe sistematicamente in atto dal governo cinese nei confronti degli uiguri.

sopravvissuta a un gulag cinese_coverGulgahar Haitiwaji vive in Francia, con suo marito Kerim, rifugiato politico che ha deciso di lasciare la Cina per sottrarsi alle continue ingiustizie subite nel lavoro e alla politica repressiva attuata nei confronti degli uiguri, e le sue due figlie, Gulmuhar e Gulnigar. Una telefonata improvvisa dalla Cina rompe il loro equilibrio familiare trascinandoli dentro un incubo lungo tre anni. A Gulbahar viene chiesto di fare ritorno in Cina per firmare dei documenti relativi alla sua pensione. Nonostante la richiesta le suoni strana, Gulbahar parte. Ma arrivata a Karamay, città dove prima della sua partenza per la Francia lavorava come ingegnere, i suoi timori si concretizzano. Gulbahar viene arrestata, accusata di essere una terrorista, come dimostrerebbe una foto che ritrae sua figlia a una manifestazione in sostegno degli uiguri.

Gli uiguri appartengono a uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in Cina. Turcofoni, di religione musulmana, risiedono nella regione autonoma dello Xinjiang. Come spiega Gulbahar nel libro, sono considerati dal governo cinese una minaccia e coloro che vivono all’estero o hanno contatti con l’estero sono ritenuti i più pericolosi. Per il governo cinese, sono potenziali terroristi, vanno controllati e sorvegliati, per evitare che un movimento indipendentista prenda piede nella regione.

Scrive Gulbahar:

Ogni uiguro ha almeno un fratello, un amico, un cugino, un nipote che ha avuto guai con la polizia, se non addirittura scomparso per qualche mese.

Ad esacerbare la situazione e a rompere il fragile equilibrio su cui si basa la vita degli uiguri nello Xinjiang i violenti scontri verificatisi a Urumqi nel luglio del 2009. Sette anni dopo, nel 2016, un ulteriore inasprimento della situazione si registra con l’arrivo nello Xinjiang di Chen Quanguo, reduce da un incarico in Tibet.

Ma Gulbahar non è un’attivista per i diritti degli uiguri, non è un’indipendentista, non è una fervente religiosa. Nonostante questo, finisce nell’intricata rete tessuta dalle autorità cinesi. Imprigionata, processata senza capire perché, senza un avvocato, condannata a sette anni di detenzione, rinchiusa in campi di rieducazione.

Una storia allucinante, che provoca rabbia e dolore. Una storia che è quella di tante altre donne e uomini uiguri, come Gulbahar scoprirà nel corso della sua detenzione dove, insieme ad altre uigure come lei, sarà sottoposta a un vero e proprio lavaggio del cervello, undici ore al giorno passate a ripetere ininterrottamente le stesse frasi e gli stessi concetti, costretta a vivere in precarie condizioni igieniche e a subire trattamenti sanitari, arrivando a confondere pensieri e ricordi.

Una situazione di cui il mondo è venuto a conoscenza all’inizio del 2018, quando cominciano a circolare testimonianze di sopravvissuti, gli uiguri emigrati all’estero possono iniziare a far sentire la loro voce, i due studiosi Adrian Zenz e Shawn Zhang riescono a raccogliere le prove dell’esistenza di questi centri di rieducazione, che le autorità cinesi chiamano “scuole”, e le Nazioni Unite li condannano. La Cina ne ammette l’esistenza, ma nega che ledano i diritti umani.

Ripercorrendo la sua drammatica vicenda personale, Gulbahar racconta il dramma di un intero popolo. Ma mentre lei è riuscita a tornare alla sua vita, grazie all’impegno di sua figlia Gulhumar, che ha portato il caso di sua madre all’attenzione della stampa e delle autorità francesi, molti altri non hanno avuto la sua stessa sorte. Gulbahar ne è consapevole e, pur avendo riavuto la sua libertà, l’esperienza che ha vissuto l’ha segnata per sempre.

Sopravvissuta a un gulag cinese. La prima testimonianza di una donna uigura è un libro da leggere assolutamente, perché ciò che racconta non può essere ignorato.

 

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Sopravvissuta a un gulag cinese di Gulbahar Haitiwaji
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